Il crollo demografico e il dominio del MIRE

I dati statistici sulla demografia italiana pubblicati dall’ISTAT indicano che il declino in atto da molti anni sta aumentando di velocità. Il 2019 è stato l’anno con il minor numero di nascite dall’unità d’Italia.
In questo contesto è certamente fuori luogo la scelta della Regione Emilia Romagna e dell’AUSL di Reggio Emilia di procedere con il progetto del MIRE, 42 MILIONI di EURO, una costruzione di mattoni e cemento per spostare gli attuali reparti pediatria e ostetricia in un faraonico ospedale dedicato.
Non crediamo sia questa la strategia di investimento per la sanità pubblica. Non solo per la carenza di nati che la Regione conosce da tempo, come dimostra il grafico allegato da lei stessa prodotto, ma soprattutto perché poco hanno a che fare con la sanità queste grosse commesse di spesa, esteticamente carenate, per aumentare la gloria del committente.
L’idea è forse quella di costruire ospedali dedicati per ogni specialità medica?
Eppure basta poco per vedere che la carenza di prestazioni e servizi non dipende dagli edifici ma dalla mancanza di personale qualificato che la stessa AUSL laconicamente dice di non riuscire a reperire. Lo scorso anno chiusero i servizi decentrati per mancanza di 22 anestesisti e quest’anno in pieno covid furono costretti a chiudere la rianimazione a Castelnovo per la malattia del direttore.
E’ questa la vera scommessa per il futuro: investire in risorse umane qualificate, medici e infermieri, progettare percorsi professionalizzanti e pagare adeguatamente i profili ricercati per tornare ad avere nella sanità pubblica un flusso d’ingresso e non di uscita com’è ora.
Investire in sanità significa capire che il parto non è una malattia e che partorire vicino alle proprie comunità è un valore importante per la salute della donna e del bambino. Quindi no ad un mostro fagocitante che per darsi un senso chiuderà tutti gli altri punti nascita.
La politica vuol capire o preferisce pensare a nastri inaugurali da tagliare?
Perché ricostruire davvero la sanità costa fatica, impegno e competenza, tutte cose che la politica spettacolo non ha tempo per curarsene e probabilmente neanche la capacità. 5 anni passano in fretta ed i nodi verranno al pettine con la carenza di organici e carenza di utenti. Chi vuole mettere il suo nome fra i responsabili di una spesa che svuota i fondi della sanità locale e uccide i piccoli punti nascita?
Chiediamo un ripensamento serio dei nostri amministratori, una svolta dettata anche dall’emergenza Covid ancora in atto. E lanciamo una proposta.
I soldi che debbono arrivare vengano usati in progetti edilizi più sobri e funzionali, e con le risorse risparmiate la Regione Emilia Romagna finanzi le specializzazioni del 50% dei medici oggi esclusi, togliendoli dal limbo dell’inoperativitá e colmando così quel vuoto che oggi è il vero problema dei nostri ospedali.

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